Narcos: Messico, a Lucca Comics & Games Diego Luna e Michael Peña e il primo episodio in anteprima

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Narcos: Messico, a Lucca Comics & Games Diego Luna e Michael Peña e il primo episodio in anteprima

Narcos: Messico, di cui abbiamo visto in anteprima il primo episodio, che sarà assieme agli altri nove disponibile su Netflix dal 16 novembre, non è una quarta stagione in senso stretto, ma una sorta di spin-off, una ripartenza, che racconta quello che accadeva in Messico, in contemporanea con gli eventi colombiani delle prime tre stagioni. Anche la struttura del primo episodio ricalca un po' l'inizio della prima stagione, con l'introduzione dei due nuovi protagonisti: il poliziotto di origine messicana Enrique “Kiki” Camarena e il futuro imperatore del narcotraffico Miguel Angel Feliz Gallardo. Anzi, l'azione parte proprio da quello che vedremo nell'ultima puntata: ancora una volta si tratta di storie vere, che ci portano all'interno di quel vero e proprio pozzo degli orrori senza fine che è la criminalità legata al narcotraffico. Un inizio bellissimo, che lascia presagire una grande stagione. E a raccontarcela sono arrivati a Lucca i due protagonisti, Michael Peña (Camarena) e Diego Luna (Gallardo), in un bell'incontro con la stampa, che vi riportiamo il più fedelmente possibile.

“Quando ho parlato con Eric Newman - dice Michael Peña - mi ha detto che sarebbe stato un nuovo capitolo, quindi non l'ho mai pensato come una continuazione. Inoltre il ruolo di Camarena era molto interessante, Mi sono preparato leggendo di lui su Google, su Wikipedia, su Time, ho fatto un sacco di ricerche anche se non c'era moltissimo. E' sempre una sfida dover creare un nuovo personaggio e stabilire un nuovo mondo, il fatto che sia una serie di successo mette un po' sotto pressione ma è anche una sfida eccitante. Penso che alla gente piacerà il fatto che oltre a Diego, che già conoscono, ci sono molti attori messicani straordinari, come Joaquin Cosìo”.

“Ho sentito molta responsabilità e ho cercato di non paragonare il mio lavoro a quello di nessun altro - dce invece Luna - perché è l'approccio sbagliato. Quando sento una storia o leggo un copione e sento che posso dare qualcosa, lo faccio. La serie è arrivata in Messico dopo le prime tre stagioni in Colombia, torniamo indietro nel tempo e vi raccontiamo cosa succedeva lì, contemporaneamente alle storie che già conoscete. E' una bella sfida. Come messicano sento la responsabilità di raccontare una storia che per me è importante, perché questo periodo storico aiuta a capire il casino in cui siamo oggi. Ed è importante che il pubblico lo conosca perchè parla anche del rapporto tra Messico e Stati Uniti, nel caso di Kiki Camarena. Abbiamo bisogno di comprendere il passato per migliorare il presente. Ed era importante per me fare parte di qualcosa che mi piace anche come spettatore”.

Diego Luna è apparso in Rogue One: A Star Wars Story e Michael Pena in Ant-Man. Rispondono alla domanda su cosa preferiscano tra film realistici e fantastici e cosa sia più facile: “Per me è uguale – dice Peña – per i film Marvel ho avvertito un po' di pressione perché perchè il mio era un personaggio sopra le righe e dovevo renderlo credibile, ma mi piacciono tutti i tipi di storie, amo esplorare diversi generi. Recito ormai da 23 anni e sono molto felice di farlo e ora ho un figlio di 10 anni che non può ancora vedere Narcos ma è interessato al mio lavoro. Però preferisco recitare con persone reali, è più facile che farlo, come succede nei grossi film, con una pallina da tennis per gli effetti speciali”.

Luna: “Non credo si possa dire che una cosa è più semplice di un'altra, Ad esempio in Rogue One il mio era un personaggio molto vero, molto simile a me, un uomo comune, con un blaster invece di una pistola, che cercava giustizia insieme ad altri. Il personaggio di Narcos: Messico è lontanissimo da me, è quasi fantascienza, non capisco quest'uomo e per affrontare un personaggio come Miguel Angel Felix Gallardo devo cercare delle motivazioni e umanizzarlo per spiegare una persona che a me è stata spiegata come bidimensionale: è malvagio. Se leggi in giro, è solo una persona cattiva, ma io devo trovare una motivazione, dargli più livelli, ed è stato molto complicato farlo. Ho fatto sempre progetti con personaggi che vivono nel nostro mondo, molto vicini alla realtà. Con Rogue One ho iniziato a fare film che i miei figli, di 8 e 10 anni, possono vedere. Prima ero una specie di supereroe, “vado al lavoro”, “cosa fai?”, “Non te lo posso dire!”. Mettevo sotto chiave i miei film perché se i miei figli avessero visto Y tu mama también avrebbero perso ogni rispetto per me, ora posso farglieli vedere ed è bellissimo poter mostrare il proprio lavoro alle persone che ami di più”.

Ci sono state difficoltà sul set, dopo l'uccisione del location manager della serie? “E successo – ancora Luna - in pre-produzione io non c'ero ancora, ma l'ho saputo, l'industria del cinema messicana è piccola e ci conosciamo tutti, è stato orribile, ma c'è stata un po' di confusione sui media perché non è successo in fase di riprese, siamo rimasti tutti scioccati e questo la dice lunga su quel che succede in Messico. Ho accettato di lavorare nonostante questo perché non aveva nulla a che fare con la serie ma era un riflesso di quello che è il nostro paese e per questo è importante raccontarlo. Noi viviamo in un paese che è diventato molto pericoloso. Negli ultimi 12 anni per la guerra alla droga dichiarata dal governo più di 250.000 persone sono state uccise e dobbiamo far sapere al mondo cosa succede in Messico perché questo finisca. Spero che la prossima volta, qualcuno che non si è mai preoccupato del Messico e compra della cocaina in qualsiasi paese europeo si chieda da dove arriva e cosa è successo perché sia potuta arrivare su quel tavolo o nel suo portafogli o nel suo naso. Siamo tutti connessi, se qualcuno tira la coca in una festa in Germania ha un legame con quel che succede in Messico, ed è di questo che parte la serie".

Non c'è il rischio, raccontando queste storie, di mitizzare la figura criminale? Peña risponde brevemente a questa domanda moralista che di tanto in tanto riaffiora: “Prima è venuto il crimine, poi l'arte, non è che hanno visto uno show chiamato Narcos e sono diventati trafficanti, erano criminali e poi c'è stata la serie, e non viceversa”. “Penso – dice Luna – che ci siano dei progetti che hanno sbagliato glorificando la vita dei criminali, ma non si può fare di ogni erba un fascio. Quando in un film tratti un criminale come un eroe fai un grave errore, ma questa serie non ha questa struttura. E' un mondo al quale, quando lo vedo, non voglio affatto appartenere, non voglio saperne niente. Ma c'è anche altro: l'arte è un'indagine dei nostri lati oscuri e questo la rende interessante. Da adolescente ho visto Quei bravi ragazzi ma non ho mai rinchiuso un amico nel bagagliaio della macchina, ero solo interessato a vedere la vita di questa gente. Dipende dal punto di vista che c'è dietro e dalla sua onestà. Credo che dobbiate vedere questa stagione per capire, perché capirete che è un mondo terrificante a cui non vorreste appartenere o farci avvicinare i vostri figli”.

“Guardando il manifesto – elabora Peña – sembra quasi la storia di un poliziotto che dà la caccia a un criminale, può confondere, ma invece parla di quante persone devono essere coinvolte perché questa organizzazione funzioni alla perfezione, vive nelle zone grigie, non è bianco e nero. Questa organizzazione non può essere opera di una sola persona o di quelli che chiamiamo i cattivi. Ci sono un sacco di criminali là fuori in giacca e cravatta che prendono decisioni, partiti, grosse multinazionali, la corruzione è ovunque, e questo vi racconta la storia: tutto ciò non avrebbe mai potuto succedere se il governo, la polizia e l'esercito non fossero stati corrotti, da entrambe le parti del confine. Questa serie vi dice che è molto più complicato di come credete, non è buoni contro cattivi, ma un sistema che è marcio”.



Daniela Catelli
  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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